[…] A differenza di quanto non accada a diversi suoi compagni di strada in questa mostra, per Francesco Visentini la riflessione sul tema del sacro non è affatto una novità: al contrario, l’orizzonte del numinoso – per citare ancora una volta Rudolf Otto – è spesso al centro della sua opera, la quale peraltro negli ultimi anni si è talvolta diretta anche verso una riattualizzazione citazionista di celebri esempi di arte sacra dei secoli passati, da Donatello a Raffaello. In questo caso, però, la figurazione da cui Visentini è di norma fortemente attratto lascia spazio ad una soluzione ben più sintetica e simbolica, che in realtà – per lo meno sul piano ampio della composizione – non rinuncia del tutto ad una qualche reminiscenza figurale, ma che pure si risolve evidentemente in una cifra astratta. L’opera Senza titolo allestita nelle sale della NiArt è di fatto un trittico composto da tre identiche teche chiuse di legno e plexiglas, ciascuna delle quali accoglie – ma sarebbe ancora meglio dire custodisce ed isola – una foglia d’oro che appare letteralmente sospesa nel vuoto al centro dell’inquadratura, retta solamente da un fragilissimo sistema di ami da pesca e fili di nylon che nel complesso ricorda un po’ certe lievi ed aeree descrizioni della Città invisibili di Italo Calvino, da «Ottavia, città-ragnatela» a «Isaura, città dai mille pozzi». In realtà, però, rispetto alle leggere e sottili atmosfere calviniane le teche di Visentini trasmettono ben altra drammatica tensione: infatti la foglia d’oro al centro, che è simbolo del sacro per eccellenza e che – rinchiusa com’è tra due lastre di plexiglas – rimanda anche alla tessera musiva in oro e vetro delle basiliche ravennati, assume il valore di una reliquia, ovvero – scrive lo stesso Visentini – di «una cosa lasciata, dimenticata, secondo la definizione latina, che è poi ciò che sta divenendo il sacro nella nostra società: un ricordo, un pezzo da museo, una cosa morta da intecare e che qualcuno ancora venera (qualche vecchietta), ma i più guardano con curiosità, a volte con imbarazzo, come d’altronde si percepisce negli occhi dei turisti di oggi all’interno di una chiesa». C’è quindi, in questo trittico, anche un grido, un avvertimento ansioso circa la perdita del senso del sacro che giorno dopo giorno sperimentiamo nel mondo occidentale; e il tutto in un contesto in cui come si diceva i riferimenti figurali – per quanto dissimulati – non mancano affatto, dalla composizione a trittico che allude alla struttura di una crocifissione agli ami che come i chiodi bucano il corpo, sino alla scelta umanizzante di attribuire ai ladroni la stessa aurea sostanza di Cristo. Una scelta, quest’ultima, che ha peraltro per molti versi a che fare anche con l’insolita posizione di Visentini rispetto alla Chiesa cattolica: perché se molti, oggi, dichiarano di credere in Dio (o comunque in qualcosa di trascendente) ma non all’istituzione tutta umana che per così dire ne “organizza” il culto, Visentini afferma – per converso – di non possedere il dono della fede ma di credere nella Chiesa, perché essa è in qualche modo l’unica istituzione capace di dare un senso teleologico ai grandi problemi dell’esistenza, disegnando in tal modo anche una parabola da seguire e dunque offrendo uno scopo alla vita.
Paolo Sacchini, Totalmente Altro
Quidam Quidem Irridebant, Ravenna, NiArt gallery, giugno 2015